Dalle bici di Coppi ai volanti di Senna, dalle moto da Gran Premio alle imprese del ciclismo estremo: a pochi chilometri dal lago di Garda, il Museo Nicolis racconta cent'anni di sport motoristico e ciclistico - ma non solo - attraverso pezzi rarissimi e vicende che trasformano la memoria in un vibrante fotogramma del presente. Qui la storia della tecnica e quella dello sport si intrecciano in modo indissolubile, e ogni oggetto esposto porta con sé la meraviglia del passato e il bagaglio di emozioni che ha generato: la polvere delle strade bianche, l'asfalto bollente di un circuito, il sudore di un atleta che ha dato fino all'ultima goccia della sua energia.

Tutto comincia con Luciano Nicolis, imprenditore veronese fondatore del Gruppo Lamacart, leader europeo nel recupero della carta. La sua è una storia di collezionismo ossessivo e visionario: per decenni ha girato il mondo alla ricerca di auto d'epoca, vedendo gioielli dove altri vedevano rottami, restaurando e riportando all'antico splendore pezzi che altrimenti sarebbero andati perduti per sempre. Nel 2000, quella passione ha trovato la sua casa definitiva: seimila metri quadri a Villafranca di Verona, inaugurati come Museo dell'Auto, della Tecnica, della Meccanica.

Oggi alla guida del museo con il ruolo di presidente c'è Silvia Nicolis, figlia di Luciano. L'abbiamo intervistata per comprendere meglio l'eccezionalità di questo moderno contenitore di cultura e idee.

Il museo conserva 114 biciclette d'epoca, una delle collezioni più ricche nel panorama museale italiano. La bicicletta è per eccellenza lo strumento dello sport popolare, di chi pedala per passione, per scoprire il territorio, per libertà. Cosa racconta questa collezione di un rapporto tutto italiano tra fatica, bellezza e movimento?

"La bicicletta racconta forse meglio di ogni altro oggetto un tratto profondo dell'identità italiana: la capacità di unire fatica e bellezza, sacrificio e leggerezza. Le nostre 114 biciclette non sono solo mezzi, ma storie di territori, di persone, di imprese quotidiane e straordinarie. La bicicletta è stata libertà, lavoro, sport, ma anche riscatto sociale. In Italia, più che altrove, la fatica è sempre stata accompagnata da una ricerca estetica, da una cura del dettaglio: anche nel gesto più semplice, come pedalare, c'è un'idea di armonia. È questo equilibrio tra sforzo e spensieratezza che rende la bicicletta un simbolo così potente."

Tra i pezzi esposti ci sono motociclette che hanno segnato epoche e campionati. Il legame tra moto e sport è viscerale, quasi mitologico. Qual è il pezzo della collezione motociclistica che, secondo lei, incarna meglio questo spirito agonistico e umano insieme?

"Le motociclette raccontano uno spirito agonistico che è profondamente umano: il desiderio di superare il limite, ma anche il coraggio di confrontarsi con il rischio. Se dovessi scegliere, non indicherei un solo modello, ma una categoria: le moto da competizione anteguerra. Sono mezzi essenziali, privi di protezioni, dove il pilota era completamente esposto. In quelle moto si percepisce un rapporto diretto, quasi fisico, tra uomo e macchina. Non c'era filtro: c'erano talento, istinto e una straordinaria determinazione. È lì che si manifesta, in modo più autentico, lo spirito dello sport."

Il museo custodisce la Motrice Pia, il primo motore a benzina brevettato dal veronese Enrico Bernardi nel 1882 - un primato che pochi conoscono. Quanto è importante per il Nicolis essere anche custode dell'identità tecnica e sportiva del territorio veronese, non solo di una collezione internazionale?

"La Motrice Pia è per noi molto più di un oggetto: è un simbolo identitario. Ricordare che il primo motore a benzina nasce a Verona con Enrico Bernardi significa restituire al territorio una consapevolezza spesso dimenticata: quella di essere stato protagonista dell'innovazione. Il Museo Nicolis non è solo una collezione internazionale, ma un luogo che custodisce e valorizza le radici tecniche e culturali del territorio. Perché non si può costruire il futuro senza riconoscere il valore di ciò che siamo stati."

La rara collezione di oltre cento volanti di Formula 1 è uno degli elementi più sorprendenti del museo. Il volante è forse l'oggetto più personale dell'automobilismo sportivo, il punto di contatto fisico tra il pilota e la macchina. Cosa rappresenta, per lei, questa collezione nel dialogo tra sport, tecnica e corpo umano?

"Il volante è probabilmente l'oggetto più intimo dell'automobilismo. È il punto in cui la tecnologia incontra il corpo umano. La nostra collezione di oltre cento volanti di Formula 1 racconta proprio questo dialogo: ogni volante è diverso, costruito attorno al pilota, alle sue mani, al suo modo di guidare. È un oggetto che sintetizza complessità tecnica e sensibilità umana. In pochi centimetri si concentrano decisioni, velocità, istinto. È lì che si misura il talento, ma anche la capacità di controllo. È, in fondo, il luogo dove la macchina diventa estensione dell'uomo."

Il Nicolis ha contribuito all'ingresso di Villafranca nel circuito nazionale Città dei Motori e ha promosso iniziative come Verona Garda Bike per la promozione del cicloturismo. Quanto può un museo di questa natura diventare motore - è proprio il caso di dirlo - di turismo sportivo e sostenibile per l'intero territorio?

"Un museo come il Nicolis può essere davvero un motore di sviluppo territoriale. Non è solo un luogo di conservazione, ma uno spazio attivo che genera connessioni: tra cultura, sport, turismo e impresa. Iniziative come Città dei Motori o Verona Garda Bike vanno proprio in questa direzione. Il turismo oggi cerca esperienze autentiche, sostenibili, capaci di raccontare un territorio in modo profondo. Il museo può diventare un punto di partenza, un luogo che attiva percorsi, relazioni e nuove forme di scoperta."

Suo padre Luciano Nicolis ha fondato questo museo riversando in esso la passione di una vita intera. Lei lo ha ereditato, accompagnato e portato a vincere il "Museum of the Year" a Londra nel 2018. C'è un oggetto esposto, tra tutti, che sente come più suo, che racconta qualcosa di lei, non solo della collezione?

"È una domanda difficile, perché ogni oggetto porta con sé una parte di storia familiare. Se devo scegliere, direi che più che un singolo pezzo, sento molto mio il senso complessivo del museo: l'idea di raccogliere, salvare e dare nuova vita agli oggetti. Questo mi rappresenta profondamente. Credo nel valore del tempo, nella memoria come responsabilità. Ogni oggetto qui dentro ha avuto una seconda possibilità, e racconta che nulla di ciò che ha valore dovrebbe essere dimenticato. È forse questo il vero oggetto 'mio': il valore del museo stesso, come luogo vivo che continua a evolversi."